Castiglia di Saluzzo: sempre meno carcere, sempre più museo

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Ormai è ufficiale, la Castiglia di Saluzzo, che conserverà sempre memoria storica degli anni terribili in cui i suoi spazi altro non erano che scure celle per i detenuti del cuneese nell’Ottocento, oggi si configura come un vero e proprio spazio espositivo.

Domenica 20 maggio sarà più museo che mai. Si potranno visitare ben tre mostre, ideate e allestite dall’Istituto Garuzzo per le Arti Visive – IGAV in collaborazione con il Comune di Saluzzo. Si comincia con l’esposizione e collezione di opere d’arte contemporanee IGAV al piano terra, il cui più recente allestimento, tra l’altro, si chiama “Dalla cella all’atelier” proprio per ricordare il passato dell’edificio; salendo al primo piano si incontra invece “Venti per una”, una raccolta di venti opere di artisti provenienti dalle altrettante regioni italiane, e domenica sarà l’ultimo giorno utile per visitarla; ultima ma non ultima, “Saluti… da Saluzzo” (20 maggio-15 agosto 2012), una mostra fatta di polaroid che, grazie alla mano e alla creatività di Maura Banfo e Filippo Centerari, racconta una Saluzzo diversa, scoperta grazie alla collaborazione di alcuni volenterosi cittadini, che hanno collaborato ai workshop con gli artisti.

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Courtesy the Artist

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Inaugura il 26 maggio la strana mostra di Matteo Attruia, Courtesy the Artist, allestita alla LipanjePuntin artecontemporanea (via Diaz 4, Trieste).
Per Courtesy the Artist Matteo Attruia ha contattato oltre una ventina di artisti da lui stimati chiedendo loro di contribuire alla realizzazione della mostra attraverso la donazione di una loro opera.
Compatibilmente alle proprie esigenze espressive, gli artisti coinvolti hanno ricevuto una busta, un francobollo ed un attestato/opera che testimonia la partecipazione e la gratitudine di Attruia. L’artista così mette in atto un processo basato su dinamiche contrapposte, di condivisione di intenti e di appropriazione del lavoro altrui, svelando da un lato la propria debolezza che lo spinge a chiedere aiuto e, dall’altro, l’abilità di colui che riesce comunque a trarre un vantaggio da una situazione di difficoltà.
Le opere, rigorosamente private della firma di chi realmente le ha eseguite, ma non prive dello stile che caratterizza ciascun autore, diventano così lavori dello stesso Attruia e come tali sono esposti con il vincolo di segretezza. Identificate esclusivamente con un numero progressivo, le opere parlano al grado zero, annullando ogni liaison con il background, la storia e il curriculum che solitamente le accompagna.
Courtesy the Artist mette così in discussione il concetto di autorialità, di identità artistica e di proprietà intellettuale, basi condivise del sistema dell’arte, del diritto e del mercato. Ugualmente l’artista ha domandato aiuto anche ai galleristi, chiedendo loro che le pareti non siano semplice contenitore, ma materia viva su cui intervenire: su un muro infatti sarà inciso il titolo del progetto con tracce simili a quelle che usualmente realizzano elettricisti e idraulici. Quella parete spaccata ribalta così l’approccio installativo tipico degli interventi site specific: Attruia si impossessa di fatto della superficie non per dare un nuovo senso allo spazio o riformularne le funzionalità, ma solo per affermare che il proprio gesto è su “gentile concessione dell’artista”, conscio del fatto che l’opera sia, in realtà, su concessione dei proprietari del muro.

La galleria ospita inoltre alcuni lavori recenti di Matteo Attruia tra cui il lightbox Vendo oro, metafora del ruolo dell’artista nella nostra società, Sto da Dio, surreale dissertazione sul senso della lapide sepolcrale, Ave Maria, ironico e metafisico neon che mescola senza ritegno sacro e pop.

Matteo Attruia vive e lavora ovunque, di recente è stato finalista al Premio Palinsesti, ha partecipato alle mostre collettive Venti per Una alla Castiglia di Saluzzo, a Dolomiti Contemporanee a Sospirolo e a Il fuoco della Natura al Salone degli Incanti di Trieste.
Tra le mostre personali più recenti si ricordano Lavoro nero a NeoHesperia, Treviso e Featuring presso la Galleria Ugo Ferranti di Roma.

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La catastrofe ambientale raccontata da “Fear”

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Cormac McCarthy qualche anno fa ha scritto un piccolo gioiello della lettura d’oltreoceano, La strada (Einaudi, 2007, vincitore James Tait Black Memorial Award 2006 e Pulitzer Prize for Fiction 2007). Un romanzo ben scritto, senza troppe pretese linguistiche, con una trama lineare e una lunghezza tale da poter essere letto durante un viaggio di media durata. Il tema, quanto più misterioso nell’incipit, diventa man mano, nello scorrere del libercolo, lampante agli occhi e alle menti affamate di chi con bramosia cerca delle risposte, e perché no, delle soluzioni, sul nascere della storia.
Davide Binello procede con la stessa delicata regia nel presentare per la prima volta i 6 inediti video intitolati “Fear”. Di breve durata ma di impatto tagliente, gli episodi, trasmettono con caparbia lucidità l’angoscia derivante da un’ennesima, e sistematica, catastrofe ambientale. Pur rinnegando una narrazione lineare, i video, osservati in una sequenza accattivante e misteriosa, generano una sinfonia criptica e attraente allo stesso tempo, tale da trasmettere l’impressione di far parte dello stesso film.

Lo scenario, degno del migliore teatro dell’assurdo, e le azioni minime, che sul finire della serie assumono forme e sapori universali, catapultano lo spettatore in una dimensione meta-reale che, epurata da ogni vezzo estetico e da distrazioni ausiliarie, diventa puro sentimento.
I disastri ecologici generati dalle guerre, dagli incidenti industriali, dall’incauta mano di chi sempre vuole ottenere a scapito delle conseguenze, portano l’artista a visioni premonitrici non troppo lontane dall’immaginario che la letteratura o il cinema hanno più volte anticipato.
L’installazione site specific dell’opera video è completata dalla presenza di due figure maschili, manichini che, idealmente usciti dallo schermo, si stagliano come guardiani e testimoni all’ingresso e alla fine di un percorso aperto.
Sedotto da un’atmosfera sottile, dal ritmo alienante di un tintinnio prima (drammatica memoria delle radiazioni percepite presso l’impianto nucleare di Fukushima dopo la disgrazia nucleare) e da una musica straziante dopo, lo spettatore è abbandonato ad affrontare il proprio mondo emotivo facendo i conti con la propria coscienza. Con il patrocinio di Regione Piemonte; con il contributo di Comune di Manta e FIRAD

FEAR Davide Binello
6 – 27 maggio 2012 – inaugurazione 5 maggio ore 18.00
Orari di apertura: sabato e domenica dalle 10 alle 20
lunedì – venerdì su appuntamento (+39 347 6472690)
Santa Maria del Monastero, Via Rivoira, Manta (CN)

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Salerno porte aperte

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In occasione della manifestazione Salerno Porte Aperte, gli splendidi giardini di Casa Altieri, un’oasi di verde nel centro storico di Salerno,ospiteranno le personali di due giovani artiste salernitane, Valentina Cipullo pittrice, e Federica D’ambrosio ceramista. L’amministrazione comunale, ed in particolare il consigliere comunale Dario Loffredo, ha voluto dare la possibilità agli artisti salernitani di esporre nella propria città e di arricchire con le proprie creazione il patrimonio artistico e culturale dell’intera città.
L’inaugurazione della mostra è prevista per Venerdì 11 Maggio alle ore 19.00, con l’intervento del Sindaco On. Vincenzo De Luca che darà il via alla due giorni di cultura che coinvolgerà la città Salerno.

“Eden” di Valentina Cipullo e “Cosmogonia” di Federica D’ambrosio trovano nello scenario e nella suggestione dei giardini Altieri il loro comune denominatore.

Fin dai suoi esordi il lavoro di Valentina Cipullo si è mostrato come una riflessione sull’universo femminile attraverso un progetto pittorico il cui obiettivo è quello di dare forma e voce alla caleidoscopica costellazione delle emozioni delle donne. Le protagoniste assolute delle opere dell’artista divengono attrici di una narrazione che mette in scena un teatro intimo sulla conoscenza della loro emotività e della loro anima. I suoi lavori pittorici non ci parlano più soltanto del corpo, ma ci parlano, attraverso lo sguardo di queste donne, dei loro sentimenti e del loro vissuto, attraverso una straordinaria carica espressiva. Le immagini di queste donne dense di sentimento e di suggestive visioni, permeate di dolcezza, di nostalgia e di armonia, riescono a trasfondere tutto il sentire dell’artista, il suo travaglio e il suo vibrante lirismo. Ogni suo lavoro è un inno alla volontà di raccontare e di raccontarsi, di esprimere, con stile raffinato e personale, emozioni e sensazioni che altrimenti rimarrebbero inespresse. La pittura di Valentina Cipullo è una messa in scena del soggetto-artista, e al contempo il suo mascheramento, la sua cosmesi, ma anche l’espressione della sua verità più profonda e intima che si fa’ esteriore ed estetica. Lo sguardo autoritratto dei suoi soggetti “esce” dal quadro per mostrare la sua essenza allo spettatore e innescare un gioco di narcisismo e di svelamento, diventando immagine sensibile di un enigma.
Dall’oggetto design riparte Federica D’Ambrosio che nella vita accosta il lavoro grafico e quello di ceramista e qui ci presenta 12 opere ceramiche in un progetto di grande impegno, quale risultato della ricerca di una giovane artista che tramite il segno, i colori,l’argilla modellata e smaltata prova a confrontarsi con la traduzione dei propri pensieri nelle forme. Cosmogonia significa nascita del cosmo o meglio intesa origine dell’universo tema ricorrente nel lavoro creativo dell’artista e da qui parte l’innegabile potere della ceramica che rievoca ricordi antichi, primitivi, stimolando l’immaginario dove il ceramista veste i panni di una sorta di Efesto della creta. Da questo sentire parte il tentativo dell’artista di controllare la materia giocando con smalti e forme ed in tal senso che si muove l’intera ricerca di Federica che ,con questi lavori, prova a darci non solo la direzione d’indagine interiore ma anche l’idea che da quell’enorme forma ovale siano nate tutte le altre. Se non ci si sofferma a una sola lettura formale, non vedremo più dei semplici colori, piuttosto riusciremo a intravedere materia emozionale e spirituale che trabocca dall’interno dell’uovo, ove ha potuto sostare per mutare in eternità. Insomma, è come se l’anima stessa dell’artista, presa consapevolezza della propria essenza fosse venuta fuori trascinando anche tutto l’immenso immaginario contenuto nella fucina alchemica .

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Operai? Sì, dell’arte

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L’ex birrificio Metzger di via San Donato a Torino si sta trasformando in un grande spazio dedicato all’arte, come è accaduto alla fabbrichetta, al Nietzsche Frabrik, ai Docks Dora e ad altri inguardabili edifici industriali che da anni non si usan più.

Grazie all’opera di ristrutturazione in corso su circa 1000mq da parte della MicroMacro Art Zone CCC (Centro di Cultura Contemporanea), questo spazio sarà presto a disposizione degli artisti. Arte contemporanea, danza, teatro, musica, e tutte le arti.

Nel frattempo, e si parla di circa due mesi, artisti e curatori sono invitati a usare lo spazio creando in loco prima che la trasformazione sia completata. In questa limitata e irripetibile “Transition Zone”, così la chiamano, la vecchia fabbrica ottocentesca progettata da Pietro Fenoglio comincerà ad abbandonare la sua veste originaria e assaggerà l’arte contemporanea. Al termine dei lavori, una volta che “tutto sarà pronto” i migliori progetti saranno raccolti e presentati in una mostra/festival che documenterà artisticamente la trasformazione, il passaggio, la “Transition Zone” appunto.

Tutti gli artisti (pittori, scultori, ballerini, writer, attori, fotografi, performer, lighting designer, musicisti, Vj, Dj, designer, fumettisti, videomaker, e altri ancora) sono invitati a partecipare gratuitamente.

Per informazioni e per aderire all’iniziativa (è necessario presentare un progetto esaustivo ma sintetico), inviare una email a alptel@virgilio.it o telefonare al 338 9077600.

  – Angela Pastore

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